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Il Cavallo che sussurra agli uomini

Il racconto di Daya Eliana Rota, le prime esperienze con il suo cavallo Hidalgo

Tra le tante cose a cui mi avvicinai vi fu la meta-medicina e con Claudia Renville feci un paio di regressioni: mi vidi catapultata nel 1864, ero in un villaggio di nativi al momento della morte di mio padre, momento in cui
l’anima lasciò il corpo.

Questa esperienza fu portatrice di una grande emozione che in seguito mi portò ad incontrare Christofer, un nativo della tribù dei Lakota, che da qualche anno viveva in Italia e in modo molto intimo faceva sperimentare alle persone le conoscenze lakota attraverso la loro spiritualità. Con lui feci la prima capanna sudatoria e costruii il mio primo tamburo in cervo.

Sono dell’idea che bisogna avvicinarsi a culture così lontane dalla nostra e cosi fuori contesto, in punta di piedi e con grande rispetto. Amo molto quella cultura, ma in questa vita sono nata in Occidente, così credo e sperimento la potenza di Madre Terra, del Sole, della Luna e integro quelle conoscenze antiche nella mia vita rispettando la natura e vivendola in me, senza sradicare e utilizzare rituali antichi che per cultura non mi appartengono e allo stesso tempo, se la scintilla divina è nel tutto e non c’è separazione, seguo i riti che la natura mi insegna e mi riconosco in ogni forma.

Il viaggio della vita con i cavalli

A seguito di questo incontro decisi di regalarmi un cavallo, un’esperienza che avevo già avuto all’età di dieci anni quando mio padre mi regalò un cavallo e, a distanza di tanti anni (avevo quarant’anni), mi regalai Hidalgo, un cavallo Appaloosa.

In sua presenza sentivo un senso di libertà e quel lato selvaggio che a tratti si risvegliava era in qualche modo più dolce.

Cosi iniziai a fare dei trekking in quota, anche in modo un po’ estremo con Mauro Ferraris (che ringrazio per la sua Sapienza) e le guide dell’Alpitrek, esperienze molto forti con telo-tenda e provviste in posti isolati: pura
manifestazione di Dio.

Andai sulle Dolomiti, in posti solitari dove non c’era turismo, sulle Alpi, in Francia con la monta etologica dei cavalli Camargue. I cavalli erano espressione d’amore, mi richiamavano.

In natura non esiste il tempo, non ci sono orologi, è un fluire, una continua manifestazione di ciò che c’è.

Ricordo uno dei primi trekking impegnativi con Hidalgo, la salita al monte Chaberton. Il forte dello Chaberton é tra i più alti d’Europa, 3130 mt, a metà tra Italia e Francia, un punto strategico proprio per la sua posizione. Il ritrovo era in Valle Stretta, una vallata molto verde con un torrente impetuoso che la divideva; da lì a poche ore saremmo partiti, salammo i cavalli, le provviste e i viveri erano già nelle nostre bisacce, non mancavano gli impermeabili.

Partimmo, la marcia era lenta ma continua, lasciammo i boschi e i prati verdeggianti, il paesaggio si faceva sempre più lunare, antiche mulattiere e vecchi sentieri militari italo-francesi. In fila indiana venti cavalieri semplici e frugali in cerca di pace e quiete per incontrare se stessi.

Gli sbalzi di temperatura erano notevoli, ogni due ore circa sentivo la voce di Mauro che urlava pied à terre e la carovana si fermava, tutti smontavamo da cavallo per proseguire un’oretta con cavallo alla mano,
Era pesante per me che ero fuori allenamento ma per il mio cavallo ne valeva la pena. questione di rispetto.

Hidalgo era meraviglioso non mollava un passo, lo sentivo molto equilibrato, affidabile. La sera ci accampavamo, si accendeva il fuoco per
riscaldare una zuppa. Con gli amici, il sacco a pelo ed il cavallo vicino. Osservavo il cielo e lo sentivo come un padre amorevole con le sue braccia accoglienti e le stelle come se volessero custodire e accompagnare il nostro sonno, il profumo della brezza sulla pelle del viso, sapore di libertà.

Seduti attorno al fuoco ci raccontavamo storie passate, leggende o qualcuno leggeva poesie: la sensazione era quella che il tempo rallentasse o forse nemmeno esistesse.

Era il mese di agosto ma in alta montagna le temperature erano molto basse, dormivo imbottita, vari strati di indumenti nel mio sacco a pelo e non posso certo dire di aver avuto caldo. Un pomeriggio salendo vi fu un gran temporale, nonostante avessimo l’impermeabile, tutti i nostri ricambi si bagnarono con la pioggia. Ero fradicia, in un attimo la pioggia ci aveva sorpresi, sentivo Mauro urlare pied à terre, sparpagliatevi….si, il rischio era attirare i fulmini con i ferri dei cavalli. Durò poco ma fu sufficiente, eravamo completamente bagnati, arrivammo in cima e il cielo cominciò ad aprirsi ai raggi del sole che filtravano: uno scorcio che si schiudeva ai nostri occhi come pura magia.


In cima trovammo una fortezza che molti anni prima aveva ospitato i soldati per difendere il territorio dalle invasioni, ci riparammo lì per
la notte. Nel dormiveglia immaginavo uomini correre per salvarsi e a loro volta colpire per difendersi dagli invasori, uomini che avevano lasciato la famiglia per amore della patria. Un posto che ora la natura si stava riprendendo.

Finalmente mi addormentai. L’indomani feci asciugare i vestiti al sole caldo, i cavalli stavano bene, erano tranquilli, così ripartimmo.
All’imbrunire ci fermammo per il bivacco notturno e fu in quest’occasione che vidi per la prima volta Hidalgo calciare: la scena é ancora viva nei miei occhi, i cavalli stavano riposando uno di fianco all’altro, un compagno aveva il cavallo proprio vicino al mio, così si avvicinò per togliere qualcosa dalle bisacce, Hidalgo lo guardò e sferrò un calcio che lo colpì proprio sopra il ginocchio.

Cadde, fu un gran colpo… rimasi senza parole, non era mai successo, subito gli prestai soccorso e fortunatamente fu solo una botta con nulla di rotto. Il giorno dopo ripartimmo e arrivammo così in vetta a 3130 mt, un panorama mozzafiato, uno spettacolo unico, da un lato la Vai di Susa e dall’altro Briançon.

Scollinammo per trovare un posto dove bivaccare. La mattina la sveglia era verso le sei, aprii gli occhi e fu un vero spettacolo, la vista si apriva con i colori tenui e allo stesso tempo intensi dell’alba, sembrava la tavolozza di un artista, in realtà l’Universo è il più grande artista! Sentivo e percepivo spazio, il sole che nasceva e appena poco sotto un bellissimo laghetto: una tale bellezza che le parole sono riduttive.

Entrai con i piedi in acqua: la sensazione era bellissima anche se mi tremavano i denti, era gelida ma qualche coraggioso si fece il bagno, eravamo abituati a lavarci al torrente. Sento ancora la pelle d’oca e allo stesso tempo l’adrenalina nella bellezza
del momento. Furono una decina di giorni stupendi. Dentro senti-vo movimento, che si alternava al silenzio, qualcosa si arrendeva, e allo stesso tempo la personalità voleva essere vista e considerata. Era ora di ritornare in Valle Stretta, il pensiero andava ad una doccia calda e ad un letto soffice e confortevole, voglia di tornare a casa.

Dopo giorni in posti isolati eccoci di nuovo nel mondo, ora era tempo di riposare, un ultimo pasto e poi i saluti e gli ultimi abbracci. Ci saremmo rivisti l’anno dopo per una nuova avventura… Uscivo tre o quattro volte a settimana, c’erano compagni di passeggiate, facevamo uscite anche di sera
col buio.

Sperimentai che il cavallo conosceva bene la strada per rientrare a casa, perciò il buio non era un problema.

Fu un periodo di grande fermento, ero irrequieta e cercavo di compensare la mancanza che sentivo uscendo a cavallo, sellavo e partivo.

Un giorno, trovai Hidalgo nel box della scuderia che ci ospitava con un piede rotto, ciò significava due mesi e mezzo di ingessatura e un anno di riabilitazione al pascolo. L’esistenza ancora una volta in modo imperativo mi fermava, sellare e partire in quel modo non era più possibile e non aveva più senso.

Passavo parecchio tempo con lui e mi sorprendeva come un animale così grande e abituato a gare la libertà se ne stesse abbastanza tranquillo nel box. Il suo primo grande insegnamento fu la pazienza che da buon otto nell’enneagramma, per chi non lo conosce è una mappa antichissima delle personalità, non possedevo o comunque solo in minima parte.

Ero impaziente, volevo che si riprendesse velocemente per ricominciare a fare trekking, perché li mi sentivo viva, immersa nella natura non c’era più quel dialogo incessante della mente, c’era una tregua.

La convalescenza sembrava non finire più così dopo un po’ di mesi acquistai Tristano, un cavallo Merens dei Pirenei francesi, una razza a sangue freddo, cavalli frugali. Scoprii stando con lui che era tutt’altro che tranquillo, aveva carattere: andava velocemente in competizione e aveva paura delle persone con un’energia molto alta, lo sentivo molto generoso e attento. Fu un grande incontro che l’esistenza mi portò.

Tratto dal Libro di Daya Eliana Rota
Il cavallo che sussurra agli uomini
Le due torri Edizioni, 2018

1 commento su “Il Cavallo che sussurra agli uomini”

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